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Marco Poloni Codename: Osvaldo, case study #1: The Pistol of Monika Ertl

Il museo MA*GA all'Istituto Svizzero di Milano

22 novembre 2014–20 dicembre 2014

La mostra

Voglio vedere le mie montagne è un’esposizione curata da Noah Stolz e articolata su tre istituzioni: il Museo MAGA di Gallarate, che è promotore del progetto e presso il quale avrà luogo la mostra principale con vernissage il 7 febbraio 2015; il Museo Cantonale d’Arte di Lugano e l’Istituto Svizzero di Milano, che ospitano a loro volta due significativi
momenti espositivi legati al progetto.

Codename: Osvaldo, case study #1 costituisce il primo atto del programma di scambi binazionali Viavai, Contrabbando culturale Svizzera – Lombardia, la mostra aprirà il 21 novembre 2014 alle ore 18.00 all’Istituto Svizzero di Milano e sarà visitabile fino al 20 dicembre 2014.
L'artista Marco Poloni presenta, in questa occasione, la prima tappa del ciclo intitolato Codename: Osvaldo che si articolerà successivamente in una serie di nuove configurazioni ed eventi. La mostra avrà attivi al suo interno i laboratori di Radio Tramontana e di Stella Maris.

In occasione dell'opening due squadre di Radio Tramontana, una dalla Casa Salecina sul Maloja e l’altra all’ISR di Milano, realizzeranno una serata radiofonica, collegando virtualmente i due luoghi tramite una web radio. LapTopRadio (www.laptopradio.org) é una struttura sperimentale che esplora le possibilità di network radio e broadcasting tramite trasmissioni nomadi. Il laboratorio di Radio Tramontana sarà poi presente durante tutta l’esposizione all’ISR sotto forma d’installazione, dando la possibilità di ascoltare i documenti sonori e l’archivio dell’emissione radio del 21 novembre.

La piattaforma Stella Maris organizzerà un evento collaterale di presentazione del progetto cinematografico "Una Cuba mediterranea" che rappresenta il fulcro del ciclo Codename: Osvaldo, attualmente in fase di post produzione.
Al titolo Codename: Osvaldo corrisponde una serie di opere di Marco Poloni i cui aneddoti riconducono tutti ad un unico personaggio, Giangiacomo Feltrinelli. In questa prima tappa espositiva viene proposto il ciclo The pistol of Monika Ertl in cui Poloni tesse le trame di una narrazione non lineare e il cui soggetto è appunto la pistola con la quale la terrorista tedesca Monika Ertl uccise il comandante Quentanilla, il presunto killer di Che Guevara.

La costellazione di fotografi e di spezzoni di footage 16 mm, di documenti e testi che compongono l’opera nel suo insieme, raccontano in modo poetico la genesi di una incerta mitologia le cui maglie aperte lasciano spazio ad abbaglianti epifanie. Monika Ertl era la figlia preferita del cineasta e fotografo Hans Ertl, capo operatore del controverso film di Leni Riefenstahl, “Olympia”, che ritrae i giochi olimpici di Berlino del 1936. Ertl si era trasferito a La Paz con la sua famiglia
dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni Sessanta Monika entrò a far parte dell'Armata di liberazione nazionale boliviana, venne addestrata alla guerrilla, prima in Chile e poi a Cuba. Il revolver che utilizzò per uccidere Quintanilla si suppone le sia stato dato dallo stesso Feltrinelli. "Voglio vedere le mie montagne" è la celebre frase pronunciata da Segantini sul letto di morte e allo stesso tempo rimanda anche ad un'opera di Joseph Beuys. Con questo titolo l’artista tedesco sigla infatti uno dei suoi lavori più importanti e complessi, un vero e proprio testamento, ma anche una delle sue opere più accademiche e cattedratiche. Alle radici romantiche di Segantini Beuys oppone la guerra, mentre all’immagine mitologica del maestro morente è sovrapposta quella di un giovane Beuys insonne. La finestra da cui Segantini vede le sue montagne diventa la porta di un armadio da cui il ragazzo vedeva uscire un uomo nero, il paesaggio alpino corrisponde invece
ad una narrazione costituita da oggetti ordinatamente disposti nello spazio e materiali poveri che rimandano alla costruzione delle fondamentali mitologie personali dell’artista. Sullo sfondo ci sono la seconda guerra mondiale, la psicanalisi e l’antroposofia.

L’esposizione Voglio vedere le mie montagne non corre però il rischio di essere intesa come un omaggio letterale a maestri del passato, bensì al loro spirito di profanazione. A questo spirito la mostra vuole aggiungere un nuovo strato di significati, ulteriori azioni che confermino una sorta di tradizione dell’atto profanatore e tentino, questa volta attraverso un’orchestrazione collettiva, una rappresentazione trasversale e plurale del paesaggio transalpino
contemporaneo.
Paesaggio che da molti secoli corrisponde ad un'area di “confine espanso”, in continuo processo di ridefinizione, di ritrattazione e continuamente alla ricerca di una propria precisa identità. In tempi relativamente recenti questo privilegiato stato di irrequietezza ha facilitato l’affiorare di momenti di notevole apertura in alternanza a moti di testarda
autonomia.

Voglio vedere le mie montagne si presenta quindi come un’esposizione collettiva, la cui forma altro non è se non il risultato di una forma di contrattazione con il reale, un tentativo di dar luce agli aspetti latenti di una contemporaneità che ci appare divisa e fatica a trovare l’immagine di se stessa. Nicolas Bourriaud ci insegna che “essere radicanti significa mettere in moto le proprie radici, in contesti e formati eterogenei, negando loro il potere di definire completamente
la propria identità, traducendo idee, transcodificando immagini, trapiantando comportamenti, scambiando invece di imporre”. Gli artisti invitati ad intervenire in questa esposizione hanno cercato di innestare il proprio pensiero in un paesaggio da loro vissuto allo stesso tempo come familiare ed estraneo. Molti di questi artisti sono infatti di origine italo-svizzera e il loro lavoro è permeato da questioni identitarie e antropologiche.

Voglio vedere le mie montagne nel suo insieme è il frutto di mesi di lavoro e di ricerca, del dialogo tra curatore, artisti e istituzioni coinvolte, di progettazione e attuazione di laboratori collettivi e individuali, di scambi di aneddoti e documenti, che hanno dato luogo ad una mappatura di “oggetti“ tutti portatori di complessità.
I frammenti di questa esperienza condivisa, come in un’opera di traduzione, andranno a ricomporre l’immagine corale del paesaggio transalpino di oggi. Non un paesaggio specifico, ma un paesaggio plurale, che trascende confini e che si prende gioco dello stesso concetto della spazio-temporalità.